Pubblicato il Maggio 17, 2024

Contrariamente a quanto si crede, ridurre le emissioni di CO2 non è solo una questione di guida ecologica generica. L’impatto reale dipende da fattori meccanici e fisici precisi: dalla resistenza aerodinamica di un box da tetto vuoto al degrado dell’olio motore a 130 km/h. Questo articolo svela come decisioni tecniche apparentemente minori abbiano un effetto macroscopico sull’impronta ambientale e sui costi, fornendo strumenti di calcolo e validazione.

Ogni azienda con una flotta di veicoli e ogni viaggiatore consapevole si pone la stessa domanda: come posso ridurre concretamente il mio impatto ambientale? La risposta più comune si concentra su consigli di “eco-driving” ormai noti a tutti: accelerazioni dolci, velocità moderata, controllo della pressione degli pneumatici. Sebbene validi, questi suggerimenti scalfiscono appena la superficie di un problema molto più complesso, soprattutto quando ci si allontana dai contesti urbani per affrontare autostrade, statali e percorsi misti.

La verità, spesso trascurata, è che l’efficienza di un veicolo e le sue emissioni sono governate da leggi fisiche e meccaniche spietate, che diventano dominanti alle alte velocità e sotto sforzo. L’impatto di un viaggio extraurbano non si misura solo nello stile di guida, ma in una serie di variabili tecniche: la scelta del percorso, la configurazione aerodinamica del veicolo, lo stato di salute di componenti come il filtro antiparticolato (FAP) e la qualità dell’olio motore. Ignorare questi fattori significa lasciare sul tavolo una fetta enorme di potenziali risparmi, sia in termini di CO2 che di costi operativi.

E se la chiave per un trasporto realmente sostenibile non fosse solo guidare meglio, ma comprendere la fisica del proprio veicolo? Questo articolo adotta un approccio da consulente scientifico, andando oltre le banalità per analizzare il “perché” e il “come” delle emissioni extraurbane. Esploreremo l’impatto quantificabile di ogni scelta, dalla rotta da percorrere alla manutenzione predittiva, per trasformare l’obiettivo di sostenibilità da una vaga intenzione a una strategia misurabile e basata su dati concreti.

In questa analisi approfondita, affronteremo punto per punto i fattori critici che determinano l’impronta di carbonio dei vostri viaggi. Il sommario seguente offre una panoramica chiara degli argomenti che verranno trattati, permettendovi di navigare tra le diverse dimensioni del problema, dalla guida predittiva all’analisi dei costi di una flotta.

Come guidare per consumare il 20% in meno su strade collinari e miste?

La guida su percorsi collinari e misti rappresenta una sfida unica per l’efficienza del carburante. A differenza dei tratti pianeggianti, le continue variazioni di pendenza richiedono un approccio predittivo, non reattivo. Applicare tecniche di guida ecologica in questo contesto non è solo una buona pratica, ma una necessità per ottimizzare i consumi. I risultati possono essere sorprendenti: dal 15 al 20% di risparmio carburante è un obiettivo realistico per un automobilista che adotta uno stile di guida consapevole, con punte di efficienza ancora maggiori.

Il principio fondamentale è la gestione dell’energia cinetica e potenziale del veicolo. Invece di combattere la gravità, bisogna imparare a sfruttarla. Questo significa anticipare le salite e le discese, utilizzando l’inerzia come un alleato. Ad esempio, anziché frenare bruscamente prima di una discesa per poi accelerare di nuovo, è molto più efficiente lasciar scorrere il veicolo (tecnica del “coasting”) e sfruttare la pendenza per mantenere la velocità.

La “guida predittiva” è il concetto chiave. Osservare la strada molto più avanti del normale consente di modulare l’acceleratore in modo proattivo. Ecco alcune tecniche specifiche per i percorsi misti:

  • Sfruttare le discese: Togliere il piede dall’acceleratore e lasciare che il veicolo proceda per inerzia (coasting), sfruttando la pendenza per guadagnare velocità in modo “gratuito”.
  • Anticipare le salite: Iniziare ad accelerare dolcemente non appena si raggiunge il punto più basso della pendenza, per affrontare la salita con lo slancio necessario invece di dover accelerare bruscamente a metà.
  • Cambio marcia anticipato: Sui motori moderni, specialmente i turbo diesel, è efficiente cambiare marcia a regimi bassi, già intorno ai 1500-2000 giri, per mantenere il motore nella sua fascia di coppia ottimale.
  • Uso del freno motore: Nelle lunghe discese, scalare marcia è preferibile all’uso costante dei freni. Questa tecnica non solo riduce l’usura dell’impianto frenante ma, nei motori a iniezione, azzera il consumo di carburante (cut-off).

L’uso del cruise control su strade collinari è spesso controproducente. Il sistema, progettato per mantenere una velocità costante, tende ad accelerare bruscamente in salita e a non sfruttare l’inerzia in discesa, portando a un consumo maggiore rispetto a una modulazione manuale e intelligente dell’acceleratore.

Autostrada o Statale : dove si inquina di meno a parità di distanza?

A parità di chilometri, la scelta tra autostrada e strada statale ha un impatto significativo sulle emissioni di CO2. La risposta non è scontata e dipende da un equilibrio tra velocità, costanza del flusso di marcia e interruzioni. L’intuizione potrebbe suggerire che la strada statale, con le sue velocità inferiori, sia sempre la scelta più ecologica. Tuttavia, la realtà è più complessa e legata all’efficienza del motore a diversi regimi.

Il fattore determinante è la fluidità del traffico. L’autostrada, pur con velocità medie elevate (120-130 km/h), garantisce un flusso costante, eliminando quasi del tutto le fasi di stop-and-go (fermate e ripartenze) che sono estremamente dispendiose in termini di carburante. Al contrario, una strada statale è caratterizzata da rotonde, attraversamenti di centri abitati, semafori e incroci, che costringono a continue frenate e accelerazioni, vanificando i benefici della velocità moderata. Un motore consuma e inquina molto di più durante le fasi transitorie che a velocità costante, anche se elevata.

Confronto visivo tra autostrada e strada statale italiana con indicatori di emissioni

Come mostra l’immagine, l’impatto ambientale varia drasticamente. A questo si aggiunge un terzo attore: la superstrada (strada extraurbana principale), che spesso rappresenta il compromesso ideale. Gratuita come una statale ma con caratteristiche di scorrimento simili a un’autostrada (carreggiate separate, assenza di incroci a raso), permette di mantenere velocità costanti (90-110 km/h) che si avvicinano al punto di massima efficienza per molti veicoli moderni.

Per avere un quadro chiaro dei pro e contro, una recente analisi comparativa mette in luce le differenze in termini di consumi ed emissioni.

Confronto emissioni CO2: Autostrada vs Statale vs Superstrada
Tipo di strada Velocità media Consumo carburante Emissioni CO2/km Pro Contro
Autostrada 120 km/h +30% rispetto a 80 km/h Alto a velocità costante Flusso regolare, meno stop&go Pedaggio, consumo elevato ad alta velocità
Statale 50-70 km/h Variabile Medio-alto per interruzioni Gratuita, velocità moderate Rotatorie, attraversamenti urbani
Superstrada 90-110 km/h Ottimale Medio-basso Gratuita, scorrimento veloce Non sempre disponibile

La scelta ottimale, quindi, non è assoluta. Per un viaggio lungo senza interruzioni, una superstrada è quasi sempre la soluzione migliore. Tra autostrada e una statale trafficata, l’autostrada può risultare meno inquinante grazie alla sua fluidità, nonostante la velocità superiore. La decisione deve basarsi su una valutazione realistica delle condizioni del traffico del percorso specifico.

I programmi di compensazione delle compagnie di bus funzionano davvero o è greenwashing?

Scegliere il trasporto collettivo, come l’autobus, è intrinsecamente una scelta a minor impatto ambientale rispetto all’auto privata. Molte compagnie di trasporto su gomma offrono inoltre ai passeggeri la possibilità di “compensare” le emissioni del proprio viaggio pagando un piccolo extra, destinato a finanziare progetti ambientali. Ma questi programmi sono una soluzione efficace o un’operazione di marketing che rischia di sfociare nel greenwashing?

La questione è complessa. Da un lato, la compensazione (o offsetting) è uno strumento legittimo all’interno di una strategia di sostenibilità. Permette di neutralizzare le emissioni residue e inevitabili investendo in progetti certificati, come la riforestazione o lo sviluppo di energie rinnovabili. Dall’altro, il rischio di opacità è elevato. Se un’azienda utilizza la compensazione come principale leva di comunicazione ambientale senza prima aver implementato tutte le possibili azioni per ridurre le proprie emissioni alla fonte, l’accusa di greenwashing è fondata.

Un’autorità nel settore come AzzeroCO2 fornisce una linea guida etica molto chiara:

Per non rischiare di incappare nel Greenwashing, solo al termine di un percorso strutturato che prevede il calcolo accurato delle emissioni e la realizzazione di interventi che consentano di ridurle, l’azienda dovrebbe acquistare crediti per compensare le emissioni di CO2 residue

– AzzeroCO2, Guida alla compensazione delle emissioni

Questo principio – prima ridurre, poi compensare – è il discrimine tra una strategia seria e una di facciata. Un viaggiatore o un’azienda che valuta questi programmi deve quindi porsi delle domande critiche: la compagnia comunica in modo trasparente quali progetti finanzia? Fornisce certificazioni di terze parti? E, soprattutto, dimostra di impegnarsi attivamente per ridurre l’impatto della sua flotta (es. con veicoli più moderni, formazione degli autisti, ottimizzazione dei percorsi)?

Studio di caso: Il programma di compensazione di FlixBus in Italia

FlixBus, uno dei principali operatori in Europa, promuove attivamente il trasporto collettivo come alternativa sostenibile, dichiarando di aver permesso di risparmiare oltre 165.000 tonnellate di CO2 in Italia nel 2024. Dal 2015, l’azienda collabora con l’organizzazione non-profit atmosfair per un programma di compensazione volontaria che ha permesso di neutralizzare oltre 98.000 tonnellate di CO2 a livello globale. Tuttavia, la complessità del tema è emersa quando, nel 2025, la stessa azienda è stata sanzionata in Belgio per comunicazioni ambientali ritenute non sufficientemente trasparenti. Questo caso evidenzia come, anche per gli operatori più strutturati, la linea tra comunicazione efficace e greenwashing sia sottile e richieda massima chiarezza e verificabilità.

In conclusione, i programmi di compensazione non sono intrinsecamente buoni o cattivi. La loro validità dipende dall’integrità e dalla trasparenza dell’azienda che li propone. Per il consumatore, il consiglio è di premiare le compagnie che dimostrano un impegno a 360 gradi per la riduzione delle emissioni, considerando la compensazione come l’ultimo, e non il primo, passo del loro percorso di sostenibilità.

Perché il box sul tetto vuoto vi fa inquinare come un SUV in autostrada?

È un errore comune: montare il box da tetto per le vacanze e poi lasciarlo installato per settimane o mesi, anche quando è vuoto. Questa dimenticanza ha un costo nascosto, sia per il portafoglio che per l’ambiente, trasformando una normale berlina o station wagon in un veicolo molto meno efficiente. Il colpevole è un principio fisico fondamentale: la resistenza aerodinamica. Un veicolo è progettato per fendere l’aria con la minima opposizione possibile. Qualsiasi elemento aggiunto alla carrozzeria, come un box da tetto, ne disturba il profilo, aumentando la forza necessaria per avanzare.

Questo effetto è quasi trascurabile a basse velocità urbane, ma diventa esponenzialmente più rilevante man mano che la velocità aumenta. A 130 km/h in autostrada, la resistenza aerodinamica è la forza principale che il motore deve vincere, rappresentando la maggior parte del consumo di carburante. Un box da tetto, anche se aerodinamico e vuoto, può aumentare la sezione frontale del veicolo e creare turbolenze significative. Il risultato è un drastico calo dell’efficienza. I test dimostrano che, a seconda del modello di auto e di box, installando un portapacchi sul tetto, l’efficienza nel consumo può calare fino al 20%.

Un aumento del 20% dei consumi significa che una vettura che percorre normalmente 15 km con un litro di carburante ne percorrerà solo 12. In termini di emissioni, questo extra consumo si traduce direttamente in un aumento proporzionale della CO2 emessa per chilometro. L’impatto è tale che un’efficiente auto di segmento C con un box sul tetto può arrivare ad avere consumi autostradali paragonabili a quelli di un SUV di medie dimensioni senza carichi esterni, vanificando i vantaggi del suo design più compatto ed efficiente.

Piano d’azione: ridurre l’impatto aerodinamico dei carichi esterni

  1. Rimozione immediata: Smontare portapacchi, portabici e box da tetto non appena terminato il loro utilizzo. È l’azione più efficace e a costo zero.
  2. Gestione del peso: Considerare che ogni 100 kg di peso extra a bordo aumenta i consumi fino al 6%. Caricare solo l’essenziale.
  3. Priorità al bagagliaio interno: Sfruttare al massimo lo spazio interno del veicolo, che non ha impatto sull’aerodinamica, prima di ricorrere a soluzioni esterne.
  4. Scelta di modelli aerodinamici: Se il box da tetto è indispensabile, investire in modelli dal profilo basso e affusolato, specificamente progettati per ridurre la resistenza all’aria.
  5. Verifica del fissaggio: Assicurarsi che ogni accessorio esterno sia montato saldamente. Vibrazioni e movimenti anomali aumentano la turbolenza e, di conseguenza, la resistenza.

La regola è semplice: tutto ciò che non è strettamente necessario per il viaggio in corso e che sporge dalla sagoma originale del veicolo dovrebbe essere rimosso. L’impatto sull’efficienza, specialmente in autostrada, è troppo grande per essere ignorato.

Quando la mancata pulizia del FAP trasforma la vostra auto in una ciminiera

Il filtro antiparticolato (FAP o DPF) è un componente cruciale nei moderni motori diesel, progettato per catturare e bruciare le particelle di fuliggine (il particolato, PM10 e PM2.5) prima che vengano rilasciate nell’atmosfera. Quando funziona correttamente, è un dispositivo straordinariamente efficace. Tuttavia, quando la sua manutenzione viene trascurata, può trasformare un’auto Euro 5 o Euro 6 in una fonte di inquinamento peggiore di un vecchio veicolo senza filtri. Il problema nasce dal processo di rigenerazione.

Il filtro accumula fuliggine e, periodicamente, deve “pulirsi” attraverso un processo che innalza la temperatura dei gas di scarico per incenerire le particelle accumulate. Questo processo avviene in modo ottimale durante la guida a velocità costante su percorsi extraurbani. Se un’auto viene usata prevalentemente per brevi tragitti urbani, la rigenerazione potrebbe non completarsi mai, portando a un progressivo intasamento del filtro. Un FAP intasato non solo causa un drastico calo delle prestazioni e un aumento dei consumi, ma può portare a un aumento esponenziale delle emissioni di particolato, superando di gran lunga i limiti legali.

Dettaglio macro del filtro antiparticolato di un'auto con confronto pulito e intasato

L’immagine mostra chiaramente la differenza tra un filtro efficiente e uno ostruito. Un FAP intasato crea una contropressione allo scarico, costringendo il motore a “faticare” di più, con conseguente aumento del consumo di carburante e delle emissioni di CO2. Nei casi più gravi, il motore può andare in modalità di protezione (“recovery”), limitando la potenza e rendendo il veicolo quasi inguidabile. Ignorare le spie di avaria del FAP può portare a danni permanenti al filtro stesso, con costi di sostituzione che possono superare i 2000 euro.

Una pratica illegale ma purtroppo ancora diffusa in Italia è la rimozione del FAP. Oltre a essere un grave danno per l’ambiente e la salute pubblica, questa manomissione è severamente sanzionata dal Codice della Strada, con multe salate e il possibile sequestro del veicolo. Inoltre, un’auto senza FAP non può superare la revisione periodica obbligatoria, costringendo il proprietario a costose operazioni di ripristino dell’impianto originale. Una corretta manutenzione e uno stile di guida che favorisca le rigenerazioni periodiche sono quindi non solo scelte etiche, ma anche economicamente vantaggiose.

Perché l’olio motore si consuma di più in autostrada e come verificarlo prima di partire?

Un’idea diffusa è che il motore si usuri e consumi più olio nel traffico cittadino. Sebbene l’uso urbano sia stressante, è durante i lunghi viaggi autostradali a regime costante e èlevato che il consumo di olio motore può aumentare in modo significativo. Questo fenomeno è legato a due fattori principali: le alte temperature di esercizio e la pressione costante all’interno dei cilindri. A 130 km/h, il motore lavora a un regime di giri elevato e costante, generando una notevole quantità di calore. Questo calore riduce la viscosità dell’olio, rendendolo più “sottile”.

Un olio meno viscoso ha una maggiore tendenza a trafilare attraverso le fasce elastiche dei pistoni e a essere bruciato in camera di combustione, portando a un consumo visibile. Questo effetto è amplificato durante la stagione estiva. Un caso emblematico è quello dei viaggi sulla A14 Adriatica in pieno agosto: con temperature esterne di 40°C, asfalto rovente e motore a regime per ore, il consumo d’olio può aumentare del 30-40% rispetto al normale uso urbano. Partire per un lungo viaggio senza aver controllato il livello dell’olio è un rischio serio che può portare a danni gravi e costosi al motore per mancanza di lubrificazione.

Verificare l’olio prima di un lungo viaggio è un’operazione semplice ma fondamentale, che rientra in una più ampia checklist di controlli pre-partenza. Ecco i passaggi chiave per un controllo efficace:

  1. Controllo a motore freddo: Per una misurazione accurata, l’auto deve essere parcheggiata su una superficie piana e il motore deve essere freddo da almeno 10-15 minuti, per dare tempo all’olio di refluire completamente nella coppa.
  2. Lettura dell’astina: Estrarre l’astina, pulirla con un panno, reinserirla completamente e estrarla di nuovo. Il livello deve trovarsi tra le due tacche “MIN” e “MAX”.
  3. Verifica della viscosità e del colore: L’olio non deve essere eccessivamente denso o nero. Un colore molto scuro e una consistenza pastosa indicano che è ora di un cambio completo, non solo di un rabbocco.
  4. Rabbocco graduale: Se il livello è basso, rabboccare con l’olio della gradazione corretta (specificata nel libretto di uso e manutenzione), aggiungendone piccole quantità alla volta e ricontrollando il livello per evitare di superare la tacca “MAX”.

Durante i viaggi estivi molto lunghi, è buona norma non solo controllare l’olio alla partenza, ma prevedere una verifica ogni 1000 km circa. Portare con sé una piccola tanica di olio per eventuali rabbocchi è una precauzione intelligente che può salvare il motore e la vacanza.

Quanto risparmia davvero una flotta passando dal diesel al metano liquido su 100k km?

Per le aziende che gestiscono flotte di veicoli, la transizione energetica non è solo una questione etica, ma una decisione strategica basata su un’analisi rigorosa dei costi e dei benefici. La scelta dell’alimentazione ha un impatto diretto sul Costo Totale di Esercizio (TCO), che include non solo il prezzo del carburante, ma anche tasse, manutenzione e ammortamento. Confrontare il tradizionale diesel con alternative come benzina, GPL e metano (liquido o gassoso) su una percorrenza significativa come 100.000 km rivela differenze sostanziali.

Il diesel, a lungo preferito per le lunghe percorrenze grazie ai consumi contenuti, oggi sconta costi di manutenzione più elevati (legati a FAP e AdBlue) e crescenti restrizioni alla circolazione. Le alternative a gas, in particolare il metano, offrono un costo al chilometro nettamente inferiore e benefici fiscali importanti, come l’esenzione dal bollo auto per i primi anni in molte regioni italiane. Sebbene il costo di acquisto di un veicolo a metano possa essere superiore, il risparmio sul carburante permette di ammortizzare rapidamente l’investimento iniziale.

Un’analisi del TCO basata sui costi medi italiani fornisce un quadro chiaro dei potenziali risparmi. I dati di una recente analisi sui costi di esercizio permettono di confrontare le diverse alimentazioni.

TCO su 100.000 km: Diesel vs Benzina vs GPL vs Metano
Alimentazione Costo carburante/100km Emissioni CO2 g/km Bollo auto Manutenzione extra Risparmio vs Diesel
Diesel €12 130-149 Standard FAP, AdBlue Riferimento
Benzina €14 122-140 Standard Minima -15%
GPL €8 115-125 Ridotto 75% Controllo bombole +25%
Metano €6 95-110 Esente 3-5 anni Revisione bombole +35%

Come evidente dalla tabella, su 100.000 km, una flotta che passa dal diesel al metano può aspirare a un risparmio sui costi operativi superiore al 35%, a cui si aggiunge una significativa riduzione delle emissioni di CO2 (fino al 25-30% in meno). Questa scelta diventa quindi doppiamente vantaggiosa, allineando gli obiettivi di bilancio economico con quelli del bilancio di sostenibilità. Tuttavia, la scelta deve tenere conto anche della disponibilità di stazioni di rifornimento sulla rete operativa della flotta.

Guardando al futuro, la prospettiva si sposta ulteriormente verso l’elettrificazione. Come sottolinea il rapporto STEMI del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, i veicoli elettrici a batteria (BEV) rappresentano l’opzione più efficace per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030, con una potenziale riduzione del 50% delle emissioni sul ciclo di vita in Italia.

In sintesi

  • La riduzione delle emissioni va oltre la guida: la scelta del percorso (autostrada vs statale) e la fisica del veicolo (aerodinamica) hanno un impatto determinante sui consumi.
  • Una manutenzione mirata non è solo una questione di sicurezza, ma un fattore primario per il controllo dell’inquinamento, in particolare per componenti come il filtro antiparticolato (FAP) e l’olio motore.
  • I costi ambientali e quelli economici sono strettamente collegati: un’analisi del Costo Totale di Esercizio (TCO) rivela come le scelte di alimentazione più ecologiche (es. metano) si traducano in significativi risparmi operativi per le flotte.

Perché l’auto che va bene in città può tradirvi a 130 km/h in autostrada?

Un’automobile utilizzata prevalentemente in città si adatta a un regime di funzionamento specifico: basse velocità, continue fermate e ripartenze, motore spesso freddo. In queste condizioni, alcuni problemi meccanici latenti possono non manifestarsi. L’autostrada, tuttavia, agisce come un “test da sforzo” implacabile. Portare il veicolo a 130 km/h per un periodo prolungato sottopone ogni componente a stress termici e meccanici massimi, rivelando debolezze che in città restano nascoste.

Il primo e più evidente fattore è il consumo. Come dimostrano i dati sull’eco-driving, viaggiando a 120 km/h costanti si consuma il 30% di carburante in più che a 80 km/h. Questo perché la resistenza dell’aria aumenta con il quadrato della velocità. Ma oltre al consumo, sono i sistemi vitali del veicolo a essere messi alla prova. Il sistema di raffreddamento, adeguato per smaltire il calore nel traffico, potrebbe non essere sufficiente a gestire la temperatura costante ed elevata del motore a pieno regime, rischiando il surriscaldamento.

Anche l’impianto frenante e gli pneumatici sono soggetti a stress unici. Lunghe discese autostradali, affrontate usando solo i freni, possono portare al surriscaldamento di dischi e pastiglie, causando il pericoloso fenomeno del “fading”, una temporanea ma drastica perdita di efficacia frenante. Gli pneumatici, a loro volta, si surriscaldano a causa dell’attrito e della flessione continua ad alta velocità. Se la loro pressione è anche solo leggermente inferiore a quella raccomandata per il pieno carico, il rischio di un cedimento strutturale o di uno scoppio aumenta in modo esponenziale.

In sostanza, l’autostrada non perdona la manutenzione trascurata. Un livello dell’olio basso, un liquido di raffreddamento vecchio, filtri intasati o pneumatici sgonfi sono tutti problemi che possono trasformare un viaggio tranquillo in un’emergenza. Un veicolo che sembra “andare bene” in città potrebbe semplicemente non aver ancora affrontato le condizioni estreme che ne rivelano i difetti. Per questo, un controllo approfondito prima di ogni lungo viaggio non è una semplice precauzione, ma una necessità assoluta per la sicurezza e l’affidabilità.

Per tradurre questa consapevolezza in un’azione concreta, il prossimo passo è effettuare un audit dettagliato del vostro parco veicoli o delle vostre abitudini di viaggio, applicando i principi scientifici e le checklist discusse per identificare le aree di miglioramento più impattanti.

Domande frequenti sull’impatto ambientale del trasporto fuori città

Perché i pneumatici sottogonfiati sono più pericolosi in autostrada?

A 130 km/h, pneumatici con una pressione inferiore anche solo di 0.5 bar (50 kPa) rispetto al valore raccomandato dal costruttore per il pieno carico si deformano e si surriscaldano molto più rapidamente. Questo non solo riduce l’efficienza del carburante del 4-6% a causa della maggiore resistenza al rotolamento, ma aumenta in modo critico il rischio di scoppio per cedimento strutturale della carcassa.

Come riconoscere il surriscaldamento del sistema di raffreddamento?

I segnali tipici sono l’indicatore della temperatura dell’acqua che sale stabilmente oltre i 90-100°C, la comparsa di vapore dal cofano motore e una notevole perdita di potenza, specialmente in salita. Ai primi segnali, è imperativo fermarsi nel primo luogo sicuro, spegnere il motore e attendere che si raffreddi per almeno 30 minuti prima di tentare di aprire il tappo del radiatore o del vaso di espansione.

Cos’è il fading dei freni e quando si manifesta?

Il “fading” è una perdita temporanea ma quasi totale di efficacia dell’impianto frenante, causata dal surriscaldamento di dischi e pastiglie. Si manifesta tipicamente durante le lunghe e ripide discese, come quelle dei passi di montagna, quando si usa il pedale del freno in modo continuo. Il pedale diventa spugnoso e la forza frenante svanisce. Per prevenirlo, è fondamentale usare il freno motore, scalando a una marcia inferiore e lasciando che sia il motore a rallentare il veicolo.

Scritto da Roberto Valli, Ingegnere meccanico e istruttore di guida sicura certificato ACI, con focus sulla manutenzione preventiva e la sicurezza in autostrada. Esperto in dinamica del veicolo e normative del Codice della Strada.